«Non
ritengono opportuno trascrivere i loro sacri precetti. Invece per gli altri
affari sia pubblici sia privati fanno uso dell’alfabeto greco». Questo, secondo
il noto resoconto di Cesare, il rapporto tra i Celti e la scrittura:
praticamente inesistente. I dati archeologici concordano con quanto detto
dall’autore del De Bello Gallico: relativi alla civiltà celtica nella fase
antica sono giunti fino a noi pochi documenti scritti, la maggior parte dei
quali sono iscrizioni su pietra, metallo, ceramica e altro materiale d’uso
quotidiano. Nessun trattato religioso. Nessuna raccolta giuridica, nessuna opera
letteraria o poetica. Nemmeno un manuale pratico. Perché?
E’ noto che, presso i Celti, gli unici e soli depositari della sapienza erano i
druidi, cioè i membri della casta sacerdotale, separati nella società dalla
classe dei cavalieri, dediti alla guerra.
Oltre ad espletare le ritualità religiose, i druidi conoscevano le erbe, gli
astri e le forze della natura, e sapevano dominarle. Ricorda Cesare che essi «si
interessano al culto, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, interpretano
le cose attinenti alla religione: presso di loro si raduna un gran numero di
giovani ed essi sono tenuti in grande considerazione». Decidevano inoltre in
quasi tutte le controversie pubbliche e private, stabilivano pene e risarcimenti
ed erano responsabili dell'educazione dei giovani, a cui erano insegnate «molte
questioni sugli astri e sui loro movimenti, sulla grandezza del mondo e della
terra, sulla natura, sull'essenza e sul potere degli dei». A tutte queste
capacità, dunque, i druidi univano – unici tra i Celti – la conoscenza
dell’alfabeto e della scrittura. Ma non ne facevano uso, se non in casi
eccezionali. Per quali ragioni?
I motivi di questa “idiosincrasia” sono chiariti dallo stesso Cesare: «primo,
non vogliono che le norme che regolano la loro organizzazione vengano a
conoscenza del volgo; secondo, perché i loro discepoli, facendo conto sugli
scritti, non le studino con minore diligenza. Succede spesso infatti che,
confidando nell’aiuto della scrittura, non si tenga adeguatamente in esercizio
la memoria».
Mettere per iscritto un precetto religioso, una regola giuridica, una nozione
qualsiasi era dunque per loro, al contrario di altri popoli come i Latini, i
Greci, gli Etruschi, assolutamente sconsigliabile. Il rischio era che formule
magiche, rituali o altre nozioni considerate segrete cadessero nelle mani
sbagliate, con esiti forse funesti. Tuttavia, come si è accennato,
testimonianze scritta prodotta dalla cultura celtica esistono. Una delle più
antica di esse è un graffito su un vaso di ceramica databile al VI secolo a.C. e
proveniente da una tomba di Castelletto Ticino (Varese): si tratta di un nome –
XOSIOIO (“di Kosios”), con ogni probabilità l’indicazione di appartenenza del
manufatto. L’alfabeto usato era, come noto, derivato da quello etrusco di
Lugano. Nel passo già citato, Cesare parla dello sporadico utilizzo, da parte
dei druidi, dell’alfabeto greco, dato confermato dai ritrovamenti archeologici
(monete, iscrizioni). Altri ritrovamenti, infine, dimostrano che in Gallia,
almeno dal I secolo d.C., era largamente usata anche la scrittura latina, come
risulta eclatante nel caso del grandioso Calendario di Coligny che, scoperto
nel 1897, è un documento di eccezionale importanza, oltre che sul piano
linguistico e storico, anche per la conoscenza di come i Celti computavano il
tempo. E proprio il Calendario di Coligny, indirettamente, dimostra che i Celti,
per quanto concerne questioni rituali o religiose, ricorrevano alla scrittura
soltanto quando si sentivano minacciati nella loro identità e temevano che le
nozioni da loro custodite con tanta cura potessero perdersi per sempre. Il
Calendario fu messo per iscritto nel II secolo d.C., quando cioè la
romanizzazione completa delle Gallie era ormai solo questione di tempo.
Diversa la questione per quanto concerne gli aspetti commerciali: in questi casi
– si tratta di legende monetarie - l’uso della scrittura è invece
espressione di una società urbanizzata o in via di urbanizzazione.
Etrusco, greco, latino: i Celti del continente non inventarono, per
traslitterare le loro lingue, sistemi di scrittura autonomi, ma si limitarono ad
adottare, con qualche variante per venire incontro a diverse esigenze fonetiche,
quelli in uso presso altre culture, come avevano già fatto a suo tempo i romani
e gli stessi greci.
Non così invece i Celti delle isole britanniche: qui le svariate competenze dei
druidi – naturalistiche, astronomiche, religiose, esoteriche, culturali, persino
filosofiche - fornirono lo sfondo per la creazione e la diffusione di un
alfabeto che, sebbene sia accostabile ad altri sistemi di scrittura in vigore
presso altre civiltà europee, può essere considerato un’invenzione originale:
l’alfabeto ogamico.
Di cosa si tratta esattamente? Di un alfabeto composto da 20 lettere divise in 5
gruppi di 4 ciascuno, incise su una superficie rigida, legno, osso e
pietra. La particolarità dell’ogam rispetto ad altri alfabeti è che le lettere
non hanno un aspetto, per così dire, “alfabetico”, ma sono costituite da tacche
incise orizzontalmente, verticalmente e obliquamente rispetto allo spigolo,
oppure sotto forma di punto. Un sistema utilizzato dal III-IV secolo d.C. fino
alle soglie dell’età moderna in Irlanda, in Galles, in Cornovaglia, in Scozia e
sull’Isola di Man solo per scrivere epitaffi su pietre tombali o segnalazioni di
proprietà su cippi di confine. Ma chi inventò questo sistema di scrittura così
poco pratico? Quando fu ideato? Perché? E con quali scopi? E’ quello che
ho cercato di spiegare in Ogam. Antico alfabeto dei Celti, pubblicato per
i tipi della Keltia Editrice di Aosta.
Non esistono, in Italia, studi dettagliati né monografie complete
sull’argomento, e a dire il vero anche il problema più generale delle lingue e
degli alfabeti in uso presso i Celti è stato affrontato solo di recente in
maniera più o meno approfondita da studiosi del nostro Paese. Le ragioni di
questo ritardo rispetto, ad esempio, al mondo anglosassone, francese e tedesco,
non sono facilmente individuabili. Al di là delle ricerche che però sono rimaste
confinate nell’universo ristretto degli specialisti, è solo negli ultimi
quindici anni, cioè dopo la grande mostra ospitata nel 1991 a Venezia nella
splendida sede di Palazzo Grassi, che anche in Italia l’attenzione di un numero
sempre crescente di studiosi (e del grande pubblico) è stata attirata dai Celti,
popolazione a lungo (e a torto) considerata marginale nella storia della
Penisola (quando non addirittura dell’Europa).
In questo lavoro ho quindi cercato di ricostruire la storia e il senso dell’Ogam,
dalle sue oscure origini al suo declino, fornendo anche un quadro generale delle
lingue celtiche antiche (e moderne), nel cui contesto l’Ogam si è originato e
sviluppato. Per farlo mi sono basata su mie ricerche originali, ma anche su
studi (sempre, purtroppo, parziali) pubblicati in passato e di recente in
Francia e nelle Isole britanniche: materiale irreperibile in Italia al di fuori
degli Istituti di Filologia e di Glottologia delle Università.
Per prima cosa, ho cercato di fornire un quadro generale delle lingue celtiche e
del contesto in cui erano utilizzate. Dopo aver passato in rassegna i vari
idiomi appartenenti al cosiddetto “celtico insulare” nelle sue due diramazioni –
goidelico e britannico - , largo spazio è stato dedicato alla ricostruzione del
“celtico continentale” nelle sue varianti note, lepontico, gallico, galata,
celtiberico e lusitano. Di ciascuno di questi idiomi si è fornita una breve
storia e la descrizione delle caratteristiche linguistiche e glottologiche,
fornendo anche alcuni esempi significativi. Come noto, la maggior parte delle
lingue celtiche, soprattutto sul continente, sono estinte. Tuttavia da qualche
tempo a questa parte si sta assistendo da più parti, grazie agli sforzi di
benemerite associazioni culturali e politiche, ad una vera e propria renaissance
del parlare e dello scrivere celtico. Non si è quindi ritenuto di dover
trascurare la situazione del celtico “oggi”, che in vari contesti - in Scozia,
Galles, Cornovaglia, Isola di Man e Bretagna - gode di una discreta
diffusione (in letteratura, ma anche nei mass media: stampa, tv e radio) e in
certi casi ha ottenuto addirittura il riconoscimento giuridico formale di lingua
ufficiale. Oltre ad una dettagliata descrizione dello “stato di vitalità” del
gaelico irlandese e scozzese, del gallese, del cornico, del manx e del bretone,
ho fornito nel ricco corpo di note le indicazioni dei tantissimi siti internet
che propongono corsi per imparare queste lingue, e dove reperire i relativi
supporti didattici (dizionari e grammatiche in primis).
La seconda parte del volume ci porta finalmente in Irlanda, dove l’ogam nacque e
si diffuse a partire – stando alle testimonianze scritte che ci sono giunte – a
partire dal V secolo d.C. circa. L’epoca era quella del Cristianesimo, portato
sull’isola verde da Palladio e Patrizio, che diffusero un monachesimo con
connotazioni del tutto diverse da quelle continentali. Un intero capitolo è
stato dedicato alla ricostruzione per sommi capi del monachesimo irlandese e
della sua importanza culturale, oltre che religiosa, per la civiltà europea: è
noto che fu grazie ai monaci irlandesi che molta parte dell’immenso patrimonio
librario dell’antichità si salvò dalle ingiurie degli uomini e del tempo. Ma i
monaci irlandesi fecero per l’Irlanda, se possibile, ancora di più: riuscirono a
dar vita ad una prodigiosa sintesi tra cultura monastica e sapienza pagana
permettendo al vastissimo corpus di leggende, miti, storie e genealogie di
sopravvivere alla storia grazie alla loro opera di trascrizione. Fu anche per
merito loro, come cerco di mostrare nel libro, se l’ogam si salvò.
Alle iscrizioni ogamiche è dedicata la parte centrale del saggio. Dopo aver
parlato della loro diffusione e datazione, ho cercato di delinearne la funzione
e gli scopi. Senza entrar troppo nei dettagli – per i quali rimando alla lettura
del volume -, si può dire che in base alle iscrizioni che ci sono giunte (in
tutto 369) l’ogam fu utilizzato per scopi sacrali e commemorativi e in misura
minore come cippi di confine tra proprietà fondiarie. La letteratura irlandese
però suggerisce anche un altro utilizzo dell’ogam, quello magico e rituale.
Testi antichi come ad esempio il Táin Bó Cúailnge (“La razzia del bestiame di
Cooley”), il “Libro di Leinster” o la raccolta di leggi nota come Senchus Mor,
nonché innumerevoli racconti, attribuiscono all’ogam valore divinatorio quando
non addirittura criptico, e per decifrarne il significato era richiesta la
competenza di saggi e di druidi.
La conoscenza sacrale dell’ogam non fu comunque confinata all’alto Medioevo. Una
testimonianza preziosa del suo uso e della sua importanza è data dall’Auraicept
na n-Éces, un vero e proprio manuale del fili (“sapiente”). Di questo celebre
testo si dà in appendice, per la prima volta, la traduzione italiana.
La valenza criptica dell’ogam lo ha fatto accostare, in passato, alle rune,
spingendo alcuni studiosi a farlo derivare proprio dall’antico alfabeto
germanico col quale in effetti condivide qualche altra particolarità come la
suddivisione delle lettere in gruppi. La spinosa questione delle origini dell’ogam
e dei suoi rapporti con altri alfabeti e con i numeri è stata affrontata in un
capitolo a sé stante, e attraverso l’esame delle fonti antiche e degli studi
moderni (Macalister, Vendryes, Macneil, ecc.) si è giunti alla conclusione che
se mai un’influenza esterna ci fu, essa va ascritta per varie ragioni
all’alfabeto latino. Non anticipo le altre considerazioni finali, ma mi limito
ad accennare che ho cercato di formulare un’ipotesi sul perché e in che modo
sarebbe stato inventato e si sarebbe evoluto in una forma di alfabeto che forse
non è esagerato definire, per l’Irlanda medievale, “nazionale”.
Questo saggio si propone dunque come il primo tentativo di sintesi originale
sull’ogam in lingua italiana ed è stato pensato per essere accessibile non solo
agli “addetti ai lavori” (che comunque troveranno nel vasto corpus di note e
nella bibliografia i riferimenti per verificare le informazioni e i raffronti e
per risalire alle fonti), ma anche ad un pubblico più vasto. Nostra speranza è
che questo lavoro sull’ogam, sulla sua storia e sui suoi “misteri” possa fornire
un ulteriore, piccolo contributo alla diffusione della conoscenza della civiltà
celtica e alla scoperta (o riscoperta) della corposa eredità che essa ha
lasciato nella civiltà europea.
Autore Elena Percivaldi | Pubblicato il 06/01/2008
» Elena Percivaldi, GLI OGAM. Antico Alfabeto dei Celti, Keltia Editrice,
formato 150x230
pagine 176, euro 15 Brossura, con xx tavole fuori testo in b/n - ISBN
88-7392-019-5