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Vi ho già parlato su queste pagine del convegno “I Celti nell’alto Adriatico” organizzato a Trieste dal Circolo Jacques Maritain dal 5 al 7 aprile 2001 presso la Scuola Interpreti dell’Università degli Studi di Trieste. Ora siamo alla pubblicazione degli atti di questo convegno, solo che questi “atti” hanno assunto una forma insolita ed accattivante, infatti, nell’intento di parlare un linguaggio accessibile soprattutto ad un pubblico giovanile (che pare ormai disavvezzato a trascorrere soverchio tempo sulle pagine stampate), essi sono divenuti un CD Rom, un “libro sonoro” la cui realizzazione è stata curata dal maestro Raul Lovisoni che è riuscito, a mio avviso a realizzare un lavoro di notevole pregio dove, con l’ausilio di una musica sapientemente evocativa, si fondono potenza suggestiva e rigore scientifico.
Un piccolo documento a sé stante e non privo d’interesse, è costituito dal booklet che accompagna il CD, e che porta come epigrafe queste parole di Massimo Scaligero sulle quali vi invito a riflettere:
“Vi è qualcosa al di sopra della cronaca, che è la storia, ma v’è qualcosa superiore alla storia, che è la leggenda”.
(Anche se per la verità avrebbe potuto aggiungere che vi è ancora un gradino superiore alla leggenda, rappresentato dal mito, ma non sottilizziamo).
Leggiamo dal booklet del CD, che è davvero illuminante:
“Conoscere la storia di un popolo leggendario e coglierne le trasformazioni nel tempo (…) Nel ripercorrere gli avvenimenti più significativi e le saghe di questi popoli, il maestro Raul Lovisoni ha usato il linguaggio evocativo del sogno, le suggestioni di lontane cornamuse ed il palpitare oscuro di tamburi che seguono il ritmo del cuore in noi stessi. Eppure, malgrado questa valenza epica, il racconto ad un certo punto trova il filo rosso della Storia”.
Claudio Grizon, assessore alla cultura della Provincia di Trieste.
“In questi anni abbiamo assistito ad una semplificazione della mitologia celtica. Ricondurre ad un maggiore rigore storico lo studio documentato e razionale la presenza dei Celti nel nostro territorio (…) [ci] è sembrato un impegno importante. Altrettanto importante era però trovare uno strumento col quale trasmettere questa esperienza ai più giovani. Il connubio tra musica e storia (…) sarà sicuramente vincente”
Rossana Poletti del circolo Jacques Maritain.
Nonostante il titolo, i testi contenuti nel CD (nove più due brani solamente strumentali) non si limitano a trattare solo dei Celti nell’alto Adriatico, ma ripercorrono in una vasta panoramica la storia complessiva dei Celti, la loro cultura, i loro miti, la loro arte.
Nella nostra epoca, giustamente ci lamentiamo del fatto che arte e scienza hanno preso due cammini del tutto separati e talvolta contrapposti, del muro che si è creato fra cultura umanistica artistico – letteraria e cultura scientifica; bene, questo CD è anche una porta aperta in questo muro, essendo basato sulla stretta collaborazione fra un musicista, il Maestro Lovisoni, ed un archeologo, Fabio Prenc, che ha curato i testi del “libro sonoro” per la parte storica. Fabio Prenc l’abbiamo già incontrato come uno degli autori che compaiono nel volume Kurm, edito dall’associazione “La Bassa” di Latisana; ricordiamo anzi che è l’autore del saggio conclusivo e riassuntivo del volume curato da Roberto Tirelli, un corposo documento di un’ottantina di pagine che potrebbe ben figurare come testo a sé stante che fa il punto in maniera davvero esaustiva sulla presenza dei Celti nel basso Friuli, ed è probabilmente una delle persone più qualificate per un lavoro come questo.
Occorre dire anche che il Maestro Lovisoni, per la parte propriamente artistico – musicale non ha voluto lanciarsi nell’avventura di una rilettura esclusivamente personale dell’epos musicale celtico, ma si è avvalso della collaborazione di un autore di musica celtica contemporanea, l’irlandese Nicholas Kelly; nel CD sono inseriti i brani originali di Kelly Cliffs of Mother, White Princess e Orange Princess.
La voce narrante che riesce a dare ai testi una forte carica di suggestività, è quella dell’attrice Carla Lugli.
Diamo ora una sintetica occhiata ai testi che compongono il CD. Il primo brano, Dove viene evocata la terra degli eroi, è una citazione dal libro di Renzo Arcon Di Artù e della Tavola Rotonda (ed. Il Cinabro) che ci permette di iniziare subito con un’immersione nell’animo di un guerriero celtico che, nell’imminenza della battaglia intravede (contempla? immagina?) nel cielo, fra le nubi le ombre degli antenati, dei grandi guerrieri della tribù dei tempi andati che, anche se non possono prestare aiuto materialmente, impediscono di sentirsi soli, fanno capire di essere parte di una continuità che trascende i limiti dell’esistenza individuale. Una grande lezione per l’uomo moderno, scisso da se stesso perché scisso dalla propria storia, che finisce per sentirsi sempre più frammentato e sempre più povero.
I due brani strumentali sono il secondo ed il decimo della raccolta; in entrambi “la musica celebra la gloria dei popoli celtici”, nel primo dei due è il suono dell’arpa a farlo, nel secondo il suono di arpa, flauto e tambura, che appunto costituivano la triade degli strumenti celtici. Sappiamo, e il CD non poteva non evidenziarlo, che la musica aveva per i Celti un’importanza grandissima, en passant, il primo brano, quello tratto dal libro di Renzo Arcon, espone anche la concezione dell’uomo musicale: per i Celti l’arpa equivaleva ai nervi ed il flauto alla spina dorsale dell’uomo, mentre il rullo del tamburo era il battere stesso del cuore; da qui il valore sacro che per loro aveva la musica.
Il terzo brano parla delle ignote origini dei Celti, che fanno la loro prima comparsa nel V secolo avanti Cristo. Le origini dei Celti sono appunto ignote nel senso che venticinque secoli prima della nostra era la civiltà celtica fa la sua comparsa improvvisa, già estesa su di un’area molto ampia comprendente le Gallie, la Britannia, la Penisola Iberica, il centro dell’Europa.
Temuti dai Greci e dai Romani, i Celti furono dopo la loro sconfitta fonte inesauribile di fascino, grazie soprattutto alle potenti creazioni mitologiche. Quella celtica è la prima civiltà interamente europea, sviluppatasi lontano dalle influenze mediterraneo – mediorientali che contribuirono a plasmare le culture greca, etrusca, latina.
Il quarto brano si occupa dell’arte celtica, anzi, come evidenzia fin dal titolo, della bellezza dell’arte celtica. I Celti non hanno lasciato capolavori architettonici, a parte gli enigmatici megaliti, né grandi opere nella statuaria i nella pittura: il grande senso estetico dei Celti eccelse soprattutto nell’oreficeria, nella produzione di monili di squisita fattura il cui gusto incanta ancora oggi, nella decorazione fatta di minuti intrecci di motivi ricorrenti: figure zoomorfe (più raramente antropomorfe), vegetali, gli elaborati e complessi nodi. Motivi ricorrenti che creano quello che si può considerare un vero e proprio stile celtico. Cosa rara nell’antichità, nella quale ogni cultura ed ogni popolazione avevano i propri moduli stilistici, lo stile celtico piacque e si diffuse pressi popolazioni diverse diventando una vera moda. Questo complica la vita degli archeologi, perché non sempre il ritrovamento di manufatti di stile celtico significa la presenza di popolazioni celtiche, ma – come dire – è il prezzo del successo, il prezzo soprattutto di un’arte di grandissima pregevolezza estetica.
Nel quinto brano si racconta dei Druidi, degli dei e delle stagioni celtiche. Plinio ricollega la parola “druido” al greco druos, quercia; il termine pare appropriato per descrivere una sapienza legata alle foreste ed alle forze della natura. I templi dei druidi erano all’aperto, nelle foreste, ornati di semplici arredi di legno e di ex voto, soprattutto armi.
Le divinità celtiche costituivano un pantheon molto vario e con notevoli differenze locali. Nell’alto Adriatico fino all’età romana era particolarmente venerato il dio Belenus. Gli imperatori Augusto e Claudio adottarono un particolare impegno nello sradicare nelle Gallie la religione druidica cui s’imputavano pratiche crudeli come i sacrifici umani, ma che rappresentava anche un modo di essere ed una tradizione culturale non assimilabili alla compagine imperiale.
I Celti conobbero alla metà del I millennio avanti Cristo una rapida espansione che li portò a mescolarsi con le popolazioni di una vasta fascia dell’Europa, od a sostituirsi ad esse. Popolazioni e culture celtibere (celtiche + iberiche) si formarono nella Spagna, e celto – liguri nell’Italia di nord – ovest e nell’Aquitania. La loro espansione nell’Italia settentrionale li portò bruscamente a contatto con gli Etruschi e con Roma.
Vi è tuttavia chi ritiene, come è spiegato anche nel brano sull’arte celtica, che tale espansione sia stata in effetti troppo rapida per spiegarsi solo in termini di invasioni militari e di migrazioni di popoli, ma che molte popolazioni d’Europa siano state “conquistate” dalla “moda” celtica, che soprattutto la bellezza della loro produzione orafa avrebbe affascinato l’elemento femminile di popolazioni diverse.
Il sesto brano racconta dell’espansione celtica nel Mediterraneo. Discesi dall’Europa centrale lungo il bacino del Danubio, gruppi di Celti giunsero in Asia Minore dove posero l’assedio a Pergamo. Sconfitti dal re Attalo, si spostarono nel centro dell’Anatolia dove occuparono la regione chiamata Galazia dal nome che i Greci davano loro.
In Italia i Celti comparvero nel IV secolo avanti Cristo e, sconfitti gli Etruschi sul Ticino, s’impadronirono della Pianura Padana costringendoli a ritirarsi oltre l’Appennino. L’etrusca Felsina divenne la celtica Bononia (dai Galli Boi), l’odierna Bologna. Nel 390 a. C. i Galli di Brenno raggiunsero Roma prendendola di sorpresa, fino a quando non furono cacciati dalla rivolta guidata da Camillo.
Come spiega il settimo brano “Dove si racconta del terrore suscitato dai Celti e dell’espansione romana nella Gallia Cisalpina”, da allora fino alla conclusione della storia celtica, Galli e Romani furono nemici mortali. Il mito della ferocia battagliera dei Celti era tale che, quando alla metà del II secolo a. C. i germani Cimbri e Teutoni irruppero in Provenza, furono presi per Galli. Nel 295 e nel 258 a. C. i Rimani infersero ai Galli le sconfitte di Sentino e di Rimini. Nel 222 i Romani strapparono ai Galli la Lombardia con la vittoria di Clastidium (oggi Casteggio – Pavia). Per un momento l’impresa di Annibale nel corso della seconda guerra punica rimise in questione il controllo romano della Gallia Cisalpina, perché i Galli si unirono in massa al condottiero cartaginese, ma Roma riuscì a ristabilire la situazione grazie soprattutto all’aiuto dei Veneti.
Sconfitto Annibale e soggiogata definitivamente la Gallia Cisalpina, i Romani non si fermarono di certo al crinale delle Alpi, come ci racconta l’ottavo brano che parla della “Sconfitta dei Celti nella Gallia Transalpina ed in Britannia. La prima conquista romana nella Gallia Transalpina fu la Provenza, assoggettata per collegare l’Italia al dominio della Penisola Iberica passato a Roma dai Cartaginesi. La conquista della Gallia fu compiuta da Cesare, ed è ben noto l’episodio culminante di quella campagna, l’assedio di Alesia e l’eroica resistenza di Vercingetorige. Cesare compì anche una prima spedizione in Britannia. Sotto Augusto sarà conquistata la Pannonia, corrispondente all’odierna Ungheria, anch’essa nell’antichità abitata da popolazioni celtiche. Sotto Claudio sarà conquistata la Britannia. Popolazioni celtiche libere nell’Europa continentale vivevano ancora nella Dacia che fu sottomessa sotto Traiano.
La cultura celtica originaria sopravvisse intatta fino all’avvento del cristianesimo solo in Scozia ed in Irlanda, ma nel V secolo dopo Cristo i Celti della Britannia pressati dalle invasioni anglosassoni, ebbero ancora la forza di tornare ad occupare la Gallia continentale, dove costituirono gli insediamenti di Bretagna e di Armorica.
Nel nono brano si racconta dei Celti nel Friuli, a Trieste e nell’Istria. La popolazione più rappresentativa nell’alto Adriatico in età preromana erano i Veneti, già allora certamente civili, grazie anche all’influenza delle città greche di Adria e di Spina; costoro parlavano, sembra, una lingua molto simile a quella latina. Furono i Veneti all’epoca della seconda guerra punica a salvare le posizioni romane nell’Italia settentrionale compromesse dalla rivolta gallica, e prima ancora, all’epoca di Camillo, sembra che Brenno si ritirasse da Roma soprattutto perché teneva di essere preso alle spalle dai Veneti.
Tuttavia Strabone ci informa che nei tempi immediatamente precedenti la conquista romana, i Galli cisalpini avevano ormai assimilato la civiltà dei loro vicini e non si distinguevano da loro che per la lingua. Questo è confermato dai rinvenimenti archeologici in età moderna che hanno evidenziato insediamenti celtici adiacenti a quelli veneti, ed è probabile che fra gli uni e gli altri vi fosse una fitta rete di scambi.
La colonizzazione celtica dell’arco alpino orientale non è però addebitabile ai Celti padani, ma a popolazioni transalpine: Norici, Taurisci e Carni. Questi ultimi erano insediati lungo un arco che andava dal Friuli settentrionale all’interno dell’Istria. Trieste, città dal nome forse celtico, forse veneto, cui si attribuisce il significato di “mercato”, era un punto d’incontro e di scambi fra gli uni e gli altri. Importanti centri celtici in regione furono anche Iulium Carnicum (Zuglio) ed Aquileia, la cui prosperità economica testimonia la collaborazione fra l’elemento romano e quello indigeno, veneto e celtico.
Il decimo è il secondo dei due brani musicali di cui ho parlato sopra.
L’undicesimo ed ultimo brano del CD, Dove si riflette sulla vera eredità dei Celti, a quanto si arguisce dal booklet, è opera del solo Maestro Lovisoni, ed il pur competentissimo Prenc non deve avervi messo mano; tuttavia le considerazioni qui esposte, e dettate chiaramente dalla sua sensibilità artistica hanno, a mio parere, pieno riscontro storico. I Celti non ci hanno lasciato come altri popoli grandi monumenti nel campo dell’architettura, dell’urbanistica, delle arti figurative, né istituzioni giuridiche ed amministrative come i Romani, né un articolato sistema di pensiero filosofico come i Greci; tuttavia ci hanno lasciato un’eredità ancora più forte, più tenace e in definitiva più importante: la loro tradizione nel campo dell’immaginario. Le creature della mitologia e del folklore celtici: elfi, nani, orchi, troll, conoscono oggi uno straordinario risveglio grazie al successo delle opere di uno scrittore che ha saputo farne gli elementi di una nuova cosmogonia e mitologia letteraria: John R. R. Tolkien (ed anche alla recentissima trasposizione cinematografica del suo capolavoro, Il Signore degli Anelli). Questo successo, secondo il Maestro Lovisoni, ma è difficile non essere d’accordo con lui, non è interpretabile semplicemente come una moda, e nemmeno il fatto che Tolkien sia un autore anglosassone (ma non americano!) è poi così determinante: l’entusiasmo che questa creazione letteraria ha sollevato in migliaia di persone un po’ ovunque nel mondo occidentale si spiega per il fatto che le radici mitologiche su cui si sorregge quest’opera sono le stesse che si ramificano dentro ciascuno di noi, le nostre radici celtiche che condividiamo con quasi ogni uomo di origine europea della cultura occidentale; la prova evidente, se vogliamo, che l’eredità celtica è ancora gran parte di noi stessi.

Copyright
Recensiona di Fabio Calabrese | Pubblicato il 18/07/2003
Autore: Raul Lovisoni
Titolo originale : I Celti nell’alto Adriatico
Fonti : (CD Rom edizioni Age of Vitrae)

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