Bibrax, il clan celtico del XXI secolo.
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furor gallico Per un guerriero celtico il combattimento, il duello, almeno fino alla conquista delle gallie da parte di Cesare, era un evento che trascendeva l'aspetto umano e materiale dell'azione.

Il combattimento era una immensa ordalia, una violenta prova fisica durante la quale il guerriero era guidato dalla mano degli Dei.
La forza delle armi così come l'accuratezza della strategia erano aspetti secondari, ciò che veramente contava era la capacità di porsi al servizio delle divinità e di divenire loro strumento, acquisendo così natura divina.

I Romani chiamarono questo stato mentale e fisico che portava i guerrieri celti oltre i banali limiti umani, "Furor", termine utilizzato in genere per identificare le caratteristiche semi-divine dei leggendari eroi  di Roma e che era proprio di interi battaglioni di Celti e Germani.

Questa "follia divina" rappresentò la più importante risorsa bellica dei Celti durante tutta la loro storia e soprattutto durante il III sec. a.C. che li vide percorrere in lungo e in largo l'intera Europa come invicibili mercenari, in grado da soli, grazie alla loro fama ed al terrore che ispiravano, di cambiare le sorti di una battaglia ancora prima di combatterla.

Tale era il timore che ispiravano questi Guerrieri Sacri, nudi ed esaltati sul campo di battaglia, che spesso il nemico batteva in ritirata senza colpo ferire.

Il mito del guerriero in preda al furor, di questo combattente divino, è precisamente definito in termini epici e letterari dalla leggenda di Cu Chulainn e dal "Riastrad", lo stato di furore da cui veniva preso e che gli consentiva di divenire imbattibile ed invulnerabile. La forza di questa possessione divina era tale da trasfigurarlo trasformandolo in uno spaventoso mostro antropomorfo assetato di sangue e privo di ogni capacità logica, incapace persino di distinguere il nemico dalle schiere alleate.

E' interessante notare che il Furor e gli stati di esaltazione mistica o divina non erano sconosciuti alle culture classiche; anche se non in ambito guerriero anche greci e romani conoscevano occasioni durante le quali uomo e dio si congiungevano, come ad esempio i baccanali e i culti orgiastici in genere. In tal senso gli stati di esaltazione divina sono una caratteristica che l'uomo moderno ha perso ed è difficile immaginare a quali sollecitazioni psicofisiche e soprattutto a quali sensazioni potessero portare.

Il Furor del guerriero celta era per molti versi uno stato di trance, che però non si presentava, come si potrebbe credere, improvvisamente e a comando sul campo di battaglia, bensì esso richiedeva una sorta di rituale e preparazione che poteva durare anche alcuni giorni, questo periodo di preparazione viene indicato dagli autori romani come il "Concilium Armatum" a cui ogni uomo in grado di combattere si recava armato; in definitiva una assemblea di guerra che si teneva in un luogo concordato che contrassegnava ufficialmente l'inizio delle ostilità.

Non abbiamo dati sufficienti per descrivere nel dettaglio questo appuntamento imprescindibile per il guerriero celta, durante il quale ci si preparava o già si arrivava al Furor.
Giulio Cesare ad esempio ne parla piuttosto succintamente, ma ci permette comunque di associare questo evento a delle pratiche religiose di qualche natura che senza dubbio inducevano nei presenti un profondo stato di esaltazione divina.

Una delle caratteristiche che porta a ritenere il Concilium Armatum una pratica molto antica era l'abitudine di sacrificare il guerriero che arrivava per ultimo all'appuntamento.
Il ritardatario veniva immediatamente catturato e fatto oggetto di numerosi supplizi fino al sacrificio finale, dinnanzi all'intera assemblea. Il senso di questa usanza è chiaro: si trattava di comunicare nel modo più solenne possibile che la vita dei presenti non apparteneva più a loro, ma agli Dei stessi che avrebbero deciso, anche in relazione al coraggio e all'abnegazione dimostrata dal guerriero, di farli sopravvivere come vincitori o di destinarli come eroi ad un aldilà forse paradisiaco. Colui che tenta di sfuggire a questo destino collettivo o dimostra scarsa volontà di conformarvisi, simboleggiato dal ritardatario, non solo deve morire ma lo deve fare nel modo più lento e ignobile possibile quale rappresentazione al rovescio della morte degli eroi, che sarà invece gloriosa e nobile.

Per la mentalità dell'epoca l'effetto di un tale rito doveva essere catartico, liberatorio e senza dubbio esaltante in quanto affermava precisamente che la natura dei presenti, "altri" rispetto al ritardatario e al suo orrendo destino, doveva essere per forza di cose rapida ed eroica al prezzo della sofferenza o spesso della morte dell'avversario.

 

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