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Il recupero delle leggende ladine

Tra i precursori che, verso la fine dell’800, iniziarono il faticoso processo di recupero delle leggende ladine, si possono segnalare tra gli altri i fassani don Giuseppe Brunel e Tita Cassan, ed il gardenese Wilhelm Moroder-Lusenberg. Spendiamo qualche parola in più per conoscere alcuni tra gli autori più significativi.

 

1. Giovanni Battista Alton

Tita Alton nacque nel 1845 da una povera famiglia di contadini di Pezzedi, una frazione alta di Colfosco. Laureatosi in lingue classiche e moderne all’Università di Innsbruck, insegnò preso i licei di Trento, Praga e Vienna; quindi fu mandato a dirigere il ginnasio-liceo di Rovereto. Qui morì un anno dopo, nel 1900, sgozzato da un ladro, ladino anch’egli, che era penetrato nella sua abitazione.
L’interesse scientifico principale di Alton fu la glottologia della lingua ladina. Fu autore di un saggio, ancor oggi fondamentale, che comprendeva una grammatica, un glossario con note etimologiche ed una fonetica comparativa dei vari dialetti ladini.
Alton non fu quello che oggi si definirebbe un “attivista”, ma si prodigò con serietà e costante impegno alla rivalutazione ed alla divulgazione di tutti gli aspetti della cultura ladina, pubblicando Proverbi, tradizioni ed aneddoti delle valli ladine orientali, 1881 ed anche Rimes ladines in pért con traduzion taliana, 1885 e Stóries e chiánties ladines, 1895, tutte edite a Innsbruck.
Oltre a ciò, Alton fu anche un appassionato alpinista: salì per la prima volta il Sass Pordoi e nel 1872, col fratello Josef, la Cima Pisciadù; nel 1886 fondò la prima associazione alpinistica della val Badia.

 

2. Ugo De Rossi

Ugo o Hugo de Rossi o Hugo von Rossi [de Santa Juliana](1875-1940) nacque in val di Fassa, perse un braccio nella prima guerra mondiale e visse poi ad Innsbruck fino alla morte. Nel 1912 raccolse le sue Fiabe e leggende della val di Fassa - I Parte. Purtroppo non seguì mai una seconda parte, che pure era nelle intenzioni dell'autore ed avrebbe dovuto contenere molto materiale anche relativo alle leggende che in seguito furono raccolte da altri autori, soprattutto da Wolff (cfr.), che fu con lui in stretto contatto. La sua raccolta è di valore inestimabile anche perché, contrariamente a quest’ultimo, de Rossi trascrisse tutto ciò che gli veniva raccontato da onesto ed attento studioso del folklore, senza permettersi variazioni ed anzi annotando con cura le eventuali diverse versioni riscontrate.

 

3. Karl Felix Wolff

Nacque nel 1879 a Karlstadt, oggi Karlovac in Croazia, da un ufficiale austriaco e da Lucilla von Busetti, originaria della val di Non. Trasferitosi con la famiglia a Bolzano ancora bambino, Wolff sentì raccontare le prime leggende ladine da un'anziana bambinaia della val di Fassa. Più tardi ebbe i primi contatti con alcuni Ladini che si sforzavano di riportare in auge l'uso della loro lingua e le loro tradizioni: Cassan, de Rossi, Moroder-Lusenberg. Divenuto giornalista e scrittore, non cessò mai di percorrere le Dolomiti, taccuino alla mano, interrogando i popolani, in modo particolare gli anziani, nella speranza che gli riferissero qualche nuova leggenda o qualche nuovo particolare. Dapprima concentratosi sulla più vicina e più familiare val di Fassa, estese poi le sue ricerche a tutte le altre valli dolomitiche, spingendosi fino al Cadore ed all'Alpago. Morì a Bolzano nel 1966.
Wolff pubblicò a più riprese i risultati delle sue ricerche nelle Dolomitensagen, tradotte in italiano in forma di trilogia (I monti pallidi; L'anima delle Dolomiti; Rododendri bianchi delle Dolomiti), che apparvero in più edizioni, a volte con nomi diversi, su un lunghissimo arco di tempo.
L'importanza del lavoro di Wolff per il salvataggio ed il recupero delle antiche leggende ladine può difficilmente essere sopravvalutata. E' molto probabile che, senza di lui, oggi di esse non ci rimarrebbero che poche cose. Tuttavia, sfortunatamente, Wolff non seguì una metodologia rigorosa e non si sforzò affatto di archiviare il materiale raccolto così come lo aveva sentito raccontare. Sentendosi scrittore e poeta, in buona fede tentò a fin di bene di restaurare e ricomporre, senza peritarsi di distorcere un tantino la storia e a volte persino di inserire qualche tassello mancante, pur di ottenere (inconsciamente?) che il risultato si avvicinasse di più al quadro generale che lui aveva in mente. La sua mano è spesso visibile e quindi le parti "restaurate" sono facilmente asportabili, ma rimane sempre il dubbio che, sotto sotto, rimanga qualcosa di travisato o non completamente originale.

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