Fino a qualche decennio fa, la Brianza era nota per il suo clima
umido e nebbioso, ma anche allora c’era una zona, quella di Merate
(LC), dove il cielo si manteneva quasi sempre limpido e sereno:
proprio lì fu installato il telescopio dell’Osservatorio Astronomico
della Lombardia.
Nel contiguo Parco Regionale di Montevecchia, ci sono almeno tre
colline che hanno una conformazione caratteristica, in quanto si
tratta di manufatti parzialmente artificiali, come ha appurato
l’architetto Vincenzo Di Gregorio, dopo approfonditi studi.
Questa scoperta ha largamente superato la sfera del mondo dei
dilettanti e degli appassionati, ma non è ancora stata ratificata
dall’ambiente accademico ed è sintetizzabile con le parole dello
scopritore.[1]
Le cosiddette Piramidi di Montevecchia sono tre formazioni collinari
naturali che in epoca imprecisata furono artificialmente modellate a
gradoni dalla mano dell’uomo, al fine di realizzare tre piramidi
disposte come le stelle della Cintura di Orione, analogamente alle
più celebri piramidi egizie di Giza.
Per tentare di determinare l’epoca della loro esecuzione è stata
compiuta una serie di studi sull’intera area. Un utile indizio è
emerso dall’osservazione d’importanti opere compiute in epoca
celtica sopra la piramide di mezzo, denominata “Belvedere Cereda”,
alta una quarantina di metri.
Da sopralluoghi e da indagini di superficie si sono evidenziate
imponenti opere difensive, atte a circoscrivere l’intera collina, in
parte ancora visibili. Il loro perimetro chiudeva il colle come un
anello.
I Celti erano soliti realizzare imponenti strutture, quando volevano
proteggere una costruzione importante, delimitando con delle mura
un’ampia zona che poteva servire anche come rifugio alle popolazioni
delle valli, qualora pericoli improvvisi minacciassero gli abitanti.
In quel caso, si arroccavano intorno al santuario per un breve
periodo.
Al fine di poter costruire l’Osservatorio/Santuario, fu necessario
spianare la cima, con l’ottenimento di un piccolo pianoro
rettangolare sopra il quale venne eretta una costruzione,
utilizzando blocchi di pietra ben squadrati.
A queste analisi e a tant’altre che sono state divulgate o sono in
corso di elaborazione viene spontaneo aggiungere alcune
considerazioni.
L’ipotesi di un collegamento tra queste piramidi e la cultura egizia
non sembra del tutto peregrina, alla luce del mito proposto da
Pingone, un eclettico intellettuale del sedicesimo secolo. Egli
attribuì il merito di aver fondato Torino a un principe egiziano,
tal Eridano, il quale emigrò dalla sua terra natale insieme con un
gruppo d’esuli dando vita, nel 1529 a.C., alla piccola colonia
d’Egizi sulle sponde del Po, dalla quale prese forma l’attuale
Torino. Non si può escludere che durante la risalita del fiume,
costoro, giunti nel pantano del lago Gerundo, abbiano erroneamente
imboccato l’Adda. In tal caso, il viaggio non poteva proseguire
oltre l’impervia gola di Paderno e gli Egizi avrebbero dovuto
sostare per un po’ di tempo nella zona, dove oggi ci sono i resti
delle piramidi, prima di trovare la via fluviale che li avrebbe
portati alla corretta meta.
Forse fecero anche una lunga sosta alla confluenza con la Dora
Baltea, dove sorse il centro ligure di Bodincomagus, che in età
romana si chiamò Industria ed è noto per la produzione di
pregevolissimi bronzetti con soggetti egizi e dediche a divinità
dell’Egitto che, peraltro, sono significativamente presenti anche a
Torino.
Mille anni più tardi, la Brianza fu popolata dai Celti, i quali
ponevano molta attenzione all’osservazione del cielo. Forse, non
erano noti come costruttori di piattaforme d’osservazione, ma
certamente le utilizzavano nelle radure dei boschi, per avere
visibilità anche presso la linea dell’orizzonte. Abbiamo notizia di
una torre in pietra, alta quattro metri, utilizzata dai druidi per
osservazioni astronomiche nel recinto celtico dell’acropoli di
Zavist, presso Praga. Analoga esigenza deve essersi verificata a
Milano, nell’attuale zona di Piazza della Scala, dove secondo
accreditate ipotesi sarebbe stata innalzata una tozza torre, dotata
di una scalinata d’accesso per scrutare il cielo.
[2]
La costruzione si trovava, non a caso, nel punto naturalmente più
elevato di Milano e i suoi resti facevano pensare a una scala, tanto
che diedero questo nome a una chiesa e poi all’omonimo Teatro; ma,
come noto, non mancano più classiche ipotesi.
Presso Medole (BS), c’è il Monte Medolano, che con tutta probabilità
era un medolano celtico: è alto solo una decina di metri eppure
costituiva un eccezionale osservatorio, utilizzato come tale perfino
da Napoleone III, che vi salì per dirigere le armate francesi,
durante la battaglia di Solferino.
Forse anche i Galli salivano sul quel colle per scrutare i cieli,
mentre le trombe dei druidi scandivano i tempi dei riti, come
suggerisce un reperto del vicino comune di Castiglione, che sembra
provenire da una carnyx, strumento a fiato da battaglia usato dai
Celti.
Non dobbiamo, quindi, meravigliarci se questo popolo ha utilizzato
piramidi tronche per l’osservazione della volta celeste, proprio in
una zona che per ragioni orografiche era caratterizzata da un cielo
particolarmente terso.
Tra gli altri possibili utilizzi della spianata del Belvedere
Cereda, c’è anche il suo impiego per comunicare mediante segnali
ottici.
Le realizzazioni dei tempi antichi, nel campo logistico e in quello
delle telecomunicazioni non vanno sottovalutate. Lo storico Polibio[3]
realizzò un codice luminoso tanto avanzato che era adattabile a ogni
circostanza ed escogitò un modo per inviare vere e proprie frasi
basate sull'uso dell'alfabeto, utilizzando torce accese dove il
numero e la posizione indicavano delle lettere. Le torri di
segnalazione servivano a moltiplicare e a trasmettere le
informazioni. Il comasco fu all’avanguardia fin nell’antichità e
dopo il 59 a.C. Como ricoprì il ruolo di base militare d’appoggio
alle campagne d’oltralpe: era circondata da ogni lato da solide
mura, collegate a un sistema di torri di segnalazione e di
avvistamento distribuite sul territorio circostante.
Non sappiamo a quando risalissero queste strutture, ma è facile
dedurre che nacquero con la necessità di comunicare in tempo reale
con alleati che si trovavano al di là delle Alpi. Simili
installazioni possono avere interessato anche la Valle Brembana, che
era frequentata lungo tutto il corso del Brembo, come assicurano
alcune scritte galliche, trovate a oltre i due mila metri di quota,
presso le sorgenti del fiume. I Galli d’Italia erano in stretto
contatto con quelli d’Oltralpe, quantomeno per esigenze militari.
Una spezzata di tratti a vista, lungo il corso di un fiume, è
relativamente semplice da realizzare: il punto a fine valle non
poteva essere che Sombreno, un colle presso Bergamo, non lontano dal
punto dove il fiume si getta nell’Adda. Più difficile doveva essere
il suo collegamento con Como attraverso i monti della Brianza, anche
se il tratto da Sombreno a Brenno della Torre, nell’attuale comune
di Costa Masnaga (LC), poteva essere realizzato con una sorta di
“ripetitore di segnali” al Belvedere Cereda. Il primo tratto è di
una ventina di chilometri, rigorosamente in direzione ovest e passa
lungo il corridoio di Pontida, tra due rilievi montuosi. L’altro
copre i dieci chilometri da Belvedere Cereda a Brenno della Torre in
direzione ovest/nord-ovest.
Entrambe le località agli estremi di questa spezzata che si
congiunge nel punto del Belvedere Cereda sono legate alla memoria
celtica. Secondo una tradizione, immortalata dal Liber Pergaminus di
Mosè del Brolo,[4] Brenno aveva un castello a
Sombreno che “dal nome di lui, si chiamò Breno”. Gli storici si
limitano a riferire che dopo la presa di Roma, il condottiero dei
Senoni tornò nelle terre dei Galli, che erano state invase dai
Veneti, alleati dei Romani.[5] Secondo
un’analoga leggenda, che s’ispira vagamente a un passo di Eutropio,[6]
Brenno fu sconfitto da un romano e per la vergogna cercò la morte
nel fiume Brembo, il cui nome ricorda quello del condottiero.
Brenno della Torre deve parte del nome a una torre semaforica; per
il resto, l’ipotesi più ovvia trova scarso credito, anche se
rafforzata dalla scoperta di un masso avello, scavato per un
personaggio importante. L’età del reperto è imprecisata, ma
certamente non appartiene agli antichi romani, che avrebbero
lasciato almeno una scritta, inoltre è anche privo di simboli
religiosi, tipici della tradizione cristiana. È stato trovato nel
1995 ed è collocato presso la chiesa dei santi Gervaso e Protaso.
L’uso delle torri di avvistamento e delle segnalazioni ottiche in
tutta la zona attorno alle dette Piramidi è ampiamente documentato
per alcuni secoli, fin dall’alto-medioevo. Secondo alcuni, la
collina di Montevecchia in epoca romana era chiamata “mons taeda”,
cioè: monte fiaccola, in virtù dei fuochi che ardevano continuamente
per orientare i viandanti.[7]
Antichi racconti, noti attraverso la trasposizione nel mondo
cristiano, ricordano san Calimero che avrebbe vissuto una vita
romita a Pasturo (LC), in prossimità del gran massiccio della
Grigna. Egli faceva parte del gruppo di sette Santi Eremiti, che
abitavano lontano l’uno dall’altro e comunicavano accendendo un gran
fuoco sulla soglia della loro capanna, quando una minaccia di male
incombeva su qualcuno di loro.
Durante il cristianesimo, questa leggenda legittimò l’usanza pagana
di accendere fuochi in onore del dio Lug alla fine di luglio, che
era rimasta nella tradizione popolare: la festa liturgica di san
Calimero cade appunto il 31 luglio, cioè lo stesso della festa di
Lug. È probabile che questi fuochi illuminassero le notti estive
anche al Belvedere Cereda.
La
Collina dei Cipressi è la più suggestiva e dà la sensazione di un
luogo sacro.
Una visita a queste Piramidi può essere l’occasione per conoscere le
bellezze del Parco Regionale di Montevecchia e della Valle del
Curone. Quella a sud est, denominata Collina dei Cipressi, è
facilmente riconoscibile, grazie alle piante secolari sui versanti e
sulla sommità; dietro ad essa, in posizione leggermente
sopraelevata, c’è il Belvedere Cereda, spoglio e maestoso:
proseguendo, si raggiunge il terzo colle, coperto da una fitta
piantagione.
La collina del Belvedere Cereda è spoglia e l’aspetto è imponente e maestoso.
Per raggiungere questi rilievi dal centro del Parco, basta
percorrere Via Belsedere e Via Galbusera Bianca, dirigendosi verso
Monte di Brianza, una frazione di Rovagnate.
Anche se la Direzione del Parco ufficialmente ignora l’ipotesi delle
Piramidi, non è difficile individuare il percorso per raggiungerle.
I nomi delle due vie rimandano alla tradizione celtica. Secondo
alcuni, il nome Galbusera è una contrazione di “Gallicus Albus
Ager”, inteso come “Bianco Campo Gallico”.
Il nome dell’altra strada si collega a una delle tante leggende,
dove Carlo Borromeo appare come uno smantellatore, sia pure bonario,
del passato celtico: di fatto, trattò in modo dissacrante un sasso
di antica memoria.
Il giorno 18 agosto, dell’anno 1571, l’infaticabile Santo qui sostò,
nel corso di una visita pastorale mentre stava salendo al santuario
sulla collina. Era molto stanco per la salita e affaticato dalla
calura estiva: non appena vide la sacra pietra celtica, si mise a
sedere su di essa. La trovò comoda ed esclamò, tutto soddisfatto: “È
proprio un bel sedere.”
Per quanto sappiamo dalla tradizione popolare, tra coloro che hanno
lottato contro i residui della tradizione celtica nel corso della
caccia alle streghe, san Carlo fu relativamente mite e la sua fiera
opposizione all’introduzione dell’Inquisizione Spagnola evitò al
Ducato di Milano le peggiori degenerazioni. Peraltro, la bistrattata
pietra meritava maggior rispetto e poteva rappresentare qualcosa di
più che un ancestrale ricordo.
Se dell’evento si è tramandata memoria, vuol dire che il piccolo
monumento costituiva una sorta di simbolo emblematico del Campo
Gallico. Forse era stato un altare druidico e, quando ancora si
trovava sulla spianata del Belvedere, aveva sorretto il fuoco di
Lug: la più importante divinità celtica.
Ovviamente, la storia delle Piramidi di Montevecchia, e in
particolare del Belvedere Cereda potrà essere accertata solo sulla
base di scavi archeologici, che richiedono consistenti investimenti
e … una buona dose di fortuna. Si può, tuttavia, affermare che
questi colli modellati sono in perfetto accordo con la tradizione
degli ultimi venticinque secoli e, più che un mistero, costituiscono
un supporto per l’interpretazione di altri enigmi.
Autore Giorgio Fumagalli | Pubblicato il 28/11/2011
[1] Vincenzo Di Gregorio Il mistero delle
piramidi lombarde Editore: Fermento Roma, 2009.
[2] G. Fumagalli Milano celtica, Primordia
Editrice, Milano: pag. 38.
[3] Polibio (Megalopoli (Grecia), circa 206
a.C. – Grecia, 124 a.C.) fu lo storico greco antico del mondo
mediterraneo, ebbe conoscenza diretta dalla pianura padana.
[4] Mose del Brolo: un bergamasco, attivo
alla corte di Costantinopoli, nel 1130.
[5] “I Veneti invasero il loro territorio,
perciò essi vennero a patti con i Romani.” da Polibio: Storie II,
18.
[6] Eutropio: Breviarium ab Urbe condita,
libro I.
[7] Michele Mauri “Parco di Montevecchia e
della valle del Curone”, edizioni Bellavite, Missaglia (LC), 2006.