Il dies natalis di Roma, celebrato il 21 aprile, ha rappresentato nell'antichità una delle ricorrenze fondamentali del calendario civico-religioso romano. Questo articolo analizza le fonti letterarie, epigrafiche e archeologiche relative alla fondazione dell'Urbe, con particolare attenzione ai contesti del Palatino e al cosiddetto Lapis Niger, cercando di ricostruire il significato storico e rituale della data attribuita da Varrone al 753 a.C.
Secondo la tradizione varroniana (cfr. De gente populi Romani, frammenti), Roma sarebbe stata fondata il 21 aprile del 753 a.C. da Romolo, primo re della città e figura mitica legata alla discendenza divina (figlio di Marte e della vestale Rea Silvia). La data fu scelta sulla base di calcoli astrologici e genealogici eseguiti da Lucio Taruzio, astrologo del I sec. a.C., su commissione di Varrone.
Questa data coincideva con l'antichissima festa dei Parilia, celebrata in origine per la purificazione del bestiame e successivamente assimilata come festa della fondazione urbana.
La festività dei Parilia (o Palilia) era dedicata alla dea Pales, divinità pastorale arcaica connessa alla protezione delle greggi e dei pastori. Le fonti non sono unanimi sul genere della divinità: Ovidio, nei Fasti (IV, 721-862), la descrive al femminile, ma altre tradizioni lasciano aperta l’ambiguità. Questo carattere fluido potrebbe riflettere l’origine preurbana e pre-pantheon della divinità, radicata nel culto agrario e nell’animismo italico.
Durante i Parilia, che si tenevano originariamente nelle aree rurali, si compivano riti di purificazione del bestiame, dell’ambiente pastorale e dei pastori stessi. Tra le pratiche rituali vi erano il salto attraverso fuochi accesi — gesto che richiama riti di passaggio presenti anche in altre culture indoeuropee, come le celebrazioni celtiche di Beltane e Lughnasadh, dove il fuoco era elemento di purificazione e di transizione simbolica —, l’aspersione con acqua lustrale e il consumo rituale di latte, uova e focacce di farro. La dimensione apotropaica del rito rifletteva l’esigenza di proteggere gli animali e le comunità umane dalla siccità, dalle epidemie e dai predatori.
Gli autori classici offrono diverse narrazioni sulla fondazione di Roma. Tra questi spicca Varrone (116–27 a.C.), erudito e poligrafo latino, autore dei frammentari De gente populi Romani, dai quali deriva la data tradizionale del 21 aprile 753 a.C. Livio (59 a.C. – 17 d.C.), nella sua Ab urbe condita (I, 6-7), racconta la contesa tra Romolo e Remo per la scelta del luogo e il successivo tracciamento del solco sul Palatino: Remo, violando il confine sacro, viene ucciso da Romolo, che pronuncia la celebre frase "Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea" (Così dunque a chiunque altro osi oltrepassare le mie mura). Plutarco (ca. 46 – 120 d.C.), nella Vita di Romolo (10-11), presenta un resoconto dettagliato delle pratiche rituali della fondazione, tra cui l’aratura con aratro di bronzo e il sacrificio iniziale. Dionigi di Alicarnasso (ca. 60 – dopo il 7 a.C.), nelle Antichità romane (I, 85-88), propone una sistematizzazione del rito fondativo secondo il modello greco, pur conservando elementi tipici della religiosità italica.
Il Lapis Niger, scoperto nel Foro Romano nel 1899 da Giacomo Boni (1859–1925), archeologo veneziano e figura centrale nell’archeologia monumentale di Roma tra XIX e XX secolo, rappresenta uno dei più importanti reperti legati alla Roma arcaica. Si tratta di una lastra di marmo nero che copre un'area sacra, al cui interno è stata trovata un’iscrizione latina in grafia molto antica (databile al VI sec. a.C.), considerata la più antica testimonianza scritta in lingua latina (praesedet rex, ecc.).
Secondo le interpretazioni più accreditate (Coarelli, Carandini), il luogo sarebbe legato a una sepoltura o a un sacello primordiale, forse associato a Romolo stesso o ad antichi re. L’iscrizione menziona una figura regale (rex), confermando l’esistenza di un potere monarchico rituale e sacerdotale.
Scavi archeologici condotti da Andrea Carandini (n. 1937), archeologo e docente universitario italiano tra i maggiori studiosi della Roma arcaica, hanno portato alla luce, sull’area del Palatino, strutture databili alla metà dell’VIII secolo a.C., compatibili con una cinta muraria, resti di abitazioni e una possibile residenza regale. Questi ritrovamenti, che comprendono fondazioni in tufo, tracciati regolari di recinti e un ambiente interpretato come sede del potere (forse una reggia primitiva), sono stati messi in relazione con la “Roma quadrata” menzionata da Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, III, 66), ovvero il primo perimetro urbano organizzato della città.
Carandini, nella sua sintesi di archeologia e filologia, sostiene che proprio in quest’area venisse eseguito il rito del sulcus primigenius, un tracciamento rituale del confine urbano con un aratro di bronzo trainato da un bue e da una vacca. Il solco veniva inciso in senso antiorario, eccetto nei punti destinati alle porte, che restavano volutamente interrotti: queste soglie erano infatti considerate punti di comunicazione con l’esterno e, simbolicamente, con l’altro mondo. L’aratro era sollevato proprio in quei tratti per non “chiudere” la città.
Questo rito fondativo, documentato anche nel mondo etrusco e italico (come attestano alcuni testi agrimensori e rituali augurali), aveva una funzione giuridica e religiosa: tracciava non solo i confini fisici, ma anche quelli sacri e identitari della nuova comunità. In tale ottica, il gesto di Remo, che secondo la leggenda trasgredì al divieto saltando il solco, assume la valenza di un sacrilegio fondativo, cui Romolo risponde con un gesto punitivo che sancisce l’inviolabilità della nuova città.
Le implicazioni di queste scoperte sono fondamentali: esse indicano che Roma possedeva già in epoca regia una forma di organizzazione urbana, sacrale e politica più avanzata di quanto si fosse ipotizzato. Carandini ha inoltre sostenuto che la coincidenza tra i dati archeologici e la cronologia varroniana (metà VIII sec. a.C.) non è casuale, ma riflette una memoria storica reale, conservata nella tradizione letteraria
Questi dati corroborano la cronologia tradizionale della fondazione e confermano l’importanza del Palatino come primo nucleo dell’urbs.
La celebrazione del 21 aprile come dies natalis di Roma affonda le radici in un intreccio di mitologia, culto e potere. Le fonti storiche e archeologiche convergono nell’attestare l’esistenza di un rito fondativo arcaico, forse legato al culto dei re-sacerdoti, in un contesto sacralizzato come il Palatino. La scoperta del Lapis Niger e delle strutture palatine dell’VIII sec. a.C. offre oggi una base concreta per interpretare quella che per secoli è stata considerata solo una leggenda.
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